martedì 27 gennaio 2015

(Il giornalista Nicola Piccenna) Passerà la vita a difendersi: purtroppo per loro!

Cari amici, nemici e lettori occasionali,

la frase più terribile ed al tempo stesso più esplicativa dello stato della giustizia in Italia è quella pronunciata da Giuseppe Chiaravalloti, magistrato e politico e vice presidente dell'autorità Garante della Privacy e avvocato generale della Procura Generale di Catanzaro e Procuratore Generale a Catanzaro e Procuratore Generale a Reggio Calabria e.. tanto altro.
Parlava del magistrato Luigi de Magistris e spiegava la strategia per renderlo inoffensivo o, meglio, per fargli pagare l'aver disturbato tanti personaggi importanti.
Il disturbo era consistito nell'aver svolto indagini giudiziarie (l'azione penale in Italia è obbligatoria per dettato costituzionale!).
Chiaravalloti dice chiaro chiaro che esiste un metodo (sperimentato) per impedire ad un cittadino italiano di esercitare i diritti costituzionali ed i doveri etici e morali propri di una coscienza civile adulta: scaricargli addosso una grande quantità di procedimenti giudiziari cosicché il malcapitato sia costretto a difendersi, cioè a dedicare grande parte del proprio tempo (della propria vita) ad attività inderogabili che gli impediscono di fare altro.
Per molti versi, è una condanna peggiore di qualunque altra perché, senza nemmeno arrivare al primo grado, stabilisce la certezza della pena e la pone in essere senza possibilità di sconti o rimodulazioni.
La pena consiste nel dover preparare decine di processi, partecipare a centinaia di udienze, leggere migliaia (decine di migliaia) di cartelle per poi ottenere una qualche assoluzione, prescrizione, archiviazione che arriverà troppo tardi per perseguire le calunnie dei querelanti.
Quando a denunciare è un magistrato, un politico di un certo peso, un membro del CSM, il procedimento penale cammina spedito, le intercettazioni telefoniche sono intensive e durano a lungo, la richiesta di rinvio a giudizio è pressoché scontata.
Quando il denunciato è un magistrato, un politico di un certo peso, un membro del CSM, il procedimento non cammina affatto, nessuna indagine, nessuna intercettazione, la richiesta di archiviazione è certa a meno che non vi siano evidenze tali da richiedere quel congruo ritardo necessario a far maturare la prescrizione.
Per i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati, poi, il meccanismo è ancora più semplice. Si procede cercando di evitarli del tutto, basta che la Procura che procede penalmente nei confronti di un magistrato si dimentichi di comunicarlo alla Procura Generale presso la Suprema Corte di Cassazione: occhio non vede, cuore non duole. Quando, invece, la comunicazione arriva, magari perché è un cittadino a segnalare la cosa, allora si attua la strategia "b" che consiste nel lasciar trascorrere un anno senza avviare il relativo procedimento disciplinare. Tanto dura il termine di prescrizione per le mancanze disciplinari! Un anno e il magistrato è salvo.
Un corollario degno di nota è quello che riguarda l'accesso ai procedimenti penali e disciplinari. L'autorizzazione per l'accesso agli atti, anche per il richiedente che è parte di quei procedimenti, la deve rilasciare un magistrato, a volte lo stesso che per quei procedimenti è indagato o soggetto al procedimento disciplinare. Negare comporta un attimo, opporsi ed ottenere gli atti è fatto di mesi ed anni.
Non è stata udita la voce di Giorgio NapolitanoPresidente della Repubblica che tutti questi fatti ha vissuto nei panni del supremo vertice istituzionale politico e giurisdizionale, nemmeno quando formalmente richiamato alle responsabilità cui non poteva sottrarsi.
Non è stata udita voce alcuna, tra i tanti illustri giuristi, professori, politici e dall'Associazione Nazionale Magistrati che abbia spiegato quale fondamento giuridico, logico e ordinamentale consente ad un magistrato di sequestrare il materiale che gli è stato appena sequestrato nel corso di una perquisizione (essendo egli indagato per gravissime ipotesi di reato in associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e molto altro).
Fin qui, ragionamenti che tutti conoscono, molti condividono, alcuni sostengono e, come accade nell'Italia di cultura bizantina, altri contraddicono dialettizzando all'infinito di Leggi, Diritto e Sofismi.
Tornando alla "tecnica Chiaravalloti", questa appare ancora più opportuna e ficcante quando la persona da rendere inoffensiva è un giornalista. Perché, queste distorsioni del sistema democratico, possono continuare a funzionare solo se restano sconosciute o, meglio ancora, circoscritte alle discussioni infinite dei bar o dei corridoi dei tribunali.
Il guaio peggiore che è capitato a Chiaravalloti è consistito nella pubblica conoscenza di quel suo modo di pensare (e di agire?) come pure della bassezza umana delle sue considerazioni personali sulla vita privata di un suo collega magistrato.
La conoscenza, l'informazione cui i cittadini hanno diritto e che i giornalisti hanno il dovere di promulgare, è l'unico antidoto ai malanni che possono aggredire l'organismo democratico della società civile.
Per questo motivo, un modesto pubblicista di un piccolissimo giornale di provincia diventa (forse) il più querelato e processato giornalista della storia d'Italia: fortunatamente!
Sì, fortunatamente!
Poiché, quel giornalista, ha raccolto la più organica e completa documentazione sul funzionamento della macchina giudiziaria Italiana che, si dimostra con gli atti, non ha necessità di Leggi o modifiche costituzionali almeno fino a quando sarà consentito dal Presidente della Repubblica all'ultimo Pubblico Ministero di violare la Legge impunemente, confondendo il dettato costituzionale secondo cui il magistrato "è soggetto solo alla Legge" con una quasi simile ma radicalmente diversa statuizione per la quale il magistrato "è il solo soggetto della Legge", cioè modella la Legge a suo uso e consumo.
Questa documentazione, consacra alla storia i nomi dei responsabili di un sistema giunto ad un altissimo livello di degrado, senza con ciò avere la pretesa e forse nemmeno la speranza che tanto serva a migliorare o ripristinare almeno una parvenza di autorevolezza dell'istituzione.
Ci accontentiamo della "Damnatio Memoriae" che, trascorso ancora qualche anno, lascerà una testimonianza perenne dei tempi difficili e bellissimi cui abbiamo assistito non da spettatori passivi.